### questa riga un commento, preceduta dal cancelletto # # la prima riga letta diventa il titolo nel sommario, le rimenenti, se non commentate, sono il testo. # non ha importanza l'estensione. # il testo accetta tag html e traduce anche caratteri strani Don Pietro Vittorelli Proprio ai piedi dell'abbazia di Montecassino, all'ingresso della città di Cassino, in quella che la storia ci consegna come la Terra Sancti Benedicti, il 26 febbraio è stata inaugurata una statua bronzea di San Benedetto Abate, Fondatore di Monteccasino e Patriarca del Monachesimo d'Occidente. L'occasione è offerta dalla duplice ricorrenza del LX anniversario della distruzione-ricostruzione di Montecassino e Cassino e del LX anniversario della solenne proclamazione di S. Benedetto Patrono d'Europa.
La statua ha avuto una lunga gestazione accompagnata da una commissione presieduta dall'Abate Vescovo di Montecassino Bernardo D'Onorio e dal Sindaco di Cassino Bruno Vincenzo Scittarelli. Due anni fa furono invitati una decina di artisti italiani a presentare dei bozzetti e dopo numerose discussioni all'interno della commissione si è arrivati alla designazione del giovane scultore romano Giuseppe Ducrot al quale la committenza ha affidato l'incarico di una realizzazione così importante. Sono stati eseguiti ben dieci bozzetti prima di arrivare ad una definizione del soggetto sacro che esprimesse in pienezza la sensibilità mistica dell'autore e le esigenze della committenza.

Giuseppe Ducrot è nato a Roma il 4 settembre 1966 dove vive e lavora. Dopo gli studi classici e una breve parentesi come pittore, si è interessato quasi esclusivamente di scultura, utilizzando materiali diversi quali bronzo, marmo, terracotta e vetroresina. Ha partecipato a numerose mostre personali e collettive. La sua ricerca artistica ha conosciuto diverse fasi prima di approdare definitivamente alla sua scelta di rifarsi a stilemi scultorei classici. Tra questi, il barocco romano è la spiaggia preferita dove l'artista ama indugiare alla luce dei grandi, e tra essi, certamente, il Bernini ne è l'astro. È da Bernini infatti che la scultura venne condotta a traguardi fino ad allora neppure pensabili, e tra le sue mani prese vita un linguaggio figurativo il Barocco appunto capace di dominare l'intera Europa per quasi due secoli e di imporsi poi all'immaginario collettivo come una categoria dello spirito. Ducrot non poteva quindi ispirarsi a stile migliore per celebrare il Patrono d'Europa. Di fronte alle opere del Ducrot infatti scompare quel minimalismo di forma e, talvolta, di pensiero che caratterizza la ricerca artistica contemporanea, o meglio, è lo spettatore che vive il suo personale minimalismo in contemplazione di ciò che è pienezza di forma e di spazio in uno studio appassionato della materia. Ogni piega delle corpose opere di Ducrot rimanda ad una percezione piena della realtà con una gravità che pone un punto fermo sulla nostra esistenza corporea e che pure riesce a far percepire la levità dello spirito che le anima.

Tra i molti fili d'Arianna che possono aiutare a non smarrirsi nel labirinto di forme e di valori del Ducrot, quello dell'illusione è uno dei più sicuri e insieme, dei più avvincenti. Come un illusionista, Ducrot prende per mano il bambino che è in ciascuno di noi e, dopo averne conquistata la fiducia, ne stimola l'intelligenza e la memoria per suscitare in lui dapprima curiosità, quindi stupore e meraviglia. Il destinatario è sempre più spesso chiamato a completare con le proprie cognizioni o con le proprie emozioni la scultura che osserva.
Ducrot appartiene a questa tradizione antica, e anzi la rifonda, spingendone, in un'epoca come la nostra, le possibilità al limite estremo: mai come di fronte alle sue opere lo spettatore si sente importante, essenziale, per dare loro senso e vita ma, allo stesso tempo, mai come ora egli viene costretto in una posizione fisica e psicologica determinata, e quasi violentato dall'artista, il quale fissa per i contemporanei e per i posteri le condizioni ineludibili per accedere alla straordinaria ricchezza formale e morale dei suoi capolavori.

Tra i molti fili d'Arianna che possono aiutare a non smarrirsi nel labirinto di forme e di valori del Ducrot, quello dell'illusione è uno dei più sicuri e insieme, dei più avvincenti. Come un illusionista, Ducrot prende per mano il bambino che è in ciascuno di noi e, dopo averne conquistata la fiducia, ne stimola l'intelligenza e la memoria per suscitare in lui dapprima curiosità, quindi stupore e meraviglia. Il destinatario è sempre più spesso chiamato a completare con le proprie cognizioni o con le proprie emozioni la scultura che osserva.
Ducrot appartiene a questa tradizione antica, e anzi la rifonda, spingendone, in un'epoca come la nostra, le possibilità al limite estremo: mai come di fronte alle sue opere lo spettatore si sente importante, essenziale, per dare loro senso e vita ma, allo stesso tempo, mai come ora egli viene costretto in una posizione fisica e psicologica determinata, e quasi violentato dall'artista, il quale fissa per i contemporanei e per i posteri le condizioni ineludibili per accedere alla straordinaria ricchezza formale e morale dei suoi capolavori.

Il San Benedetto è la prima opera veramente monumentale di Ducrot con i suoi 3,50 metri di altezza: una scommessa con sé stesso e con lo spazio vista la collocazione della statua e la necessità di realizzare un colosso con tante sporgenze. Egli ha dovuto tener conto della necessità di renderlo percepibile nell'enorme spazio aperto sulla valle del Liri, all'ingresso della città di Cassino, quasi a dichiarare subito le generalità spirituali e culturali di quelle popolazioni.
La silouette a croce di San Benedetto ha senz'altro un significato simbolico ma serve soprattutto a renderlo leggibile anche a grande distanza. Tutta la superficie dell'opera è percorsa da profondi solchi, concepiti per catturare la luce e trasmettere a chi lo vede da lontano un penetrante senso di vibrazione luminosa che unitamente ad una estrema finitezza ne fanno oltre che una statua "bella" una scultura di grande godibilità. L'inserimento in uno spazio aperto e l'avere come sfondo quel monte a cui Casino è nella costa (Dante, Divina Commedia)fa della scultura un punto focale di riferimento ineludibile verso il quale linee prospettiche a largo raggio delineano una vigorosa forza centripeta.
Sulla monastica cocolla cassinese, San Benedetto riveste un sontuoso piviale, a sottolineare quel permanente impegno liturgico e orante che caratterizza da secoli la missione ecclesiale dei Benedettini. Il manto liturgico è fermato al centro del petto da un ricercato razionale, vero punto di equilibrio tra la compostezza del busto, dove risiedono gli organi vitali del pensiero e del sentimento, testa e cuore, e la scomposta dinamica del panneggio sottostante. Dalla mano sinistra emerge il pastorale abbaziale; esso fa di San Benedetto una guida sicura per tutti, il Signifer invictissimus che apre percorsi e orizzonti sempre nuovi.
Con la mano destra punta l'indice ad indicare la strada: è il condottiero dell'umanità e degli "eserciti di Dio" tra i percorsi bui di secoli pur sempre marcati dal messaggio e dalle radici cristiane. Il volto, tra le rughe di una saggezza maturata negli anni di una lunga vita, incorniciato da una fluente barba, emana una composta serenità e pare accennare un castigato sorriso ricco di paterna e umana comprensione, giusta interpretazione della disapprovazione che Benedetto fa nella sua Regola del riso smodato e gratuito.
È il San Benedetto tramandatoci dai Dialoghi di San Gregorio Magno. In una notte del VI secolo "...mentre ancora i fratelli dormivano, l'uomo di Dio Benedetto anticipò l'ora della preghiera notturna alzandosi per le vigilie. Stava in piedi alla finestra pregando il Signore onnipotente, quando improvvisamente vide, nel cuore della notte, una luce diffusa dall'alto che fugava tutte le tenebre della notte. Era luce splendente di tale chiarore che, pur irradiandosi tra le tenebre, superava la stessa luce del giorno" (Gregorio Magno, Dialoghi, lib. II, cap. XXXV).
È il San Benedetto elevato a Patrono d'Europa, colui che nelle tenebre riesce sempre a vedere una fusam lucem desuper cunctas noctis tenebras exfugasse. E prosegue San Gregorio: "Una cosa mirabile fece seguito in questa visione, come poi egli raccontò: il mondo intero come fosse raccolto sotto un unico raggio di sole, fu portato sotto i suoi occhi". È la capacità dei santi di allargare lo sguardo sull'umanità intera, di vedere il mondo anche nelle piccole cose della ferialità, in un solo raggio di sole.

La postura dell'intera scultura soggiace a una mezza torsione. Essa ne ravviva il movimento e garantisce diverse prospettive allo sguardo di chi cerca una introspezione dell'opera mentre scruta, dal basso di un alto piedistallo, i particolari di questa statua insieme pacata e pervasa da nervosa inquietudine. È proprio il piedistallo che garantisce allo spettatore (che vede la statua da un punto di vista molto più basso di quello improvvisamente utilizzato per le riprese fotografiche) l'illusione che lo spazio si raccolga in un baricentro e che la dimensione della finzione artistica soppianti quella della realtà sensibile.
Sul piedistallo, ispirato da quello posto al centro di Palazzo Odescalchi a Roma, campeggiano in un bel carattere romano i titoli giustamente attribuiti a San Bendetto nel Breve Apostolico che lo proclamava, quaranta anni orsono, Patrono Primario d'Europa: Pacis Nuntius, Unitatis Effector Europae, Civilis Cultus Magister, Auctor Monasticae Vitae.
L'area di sistemazione della statua è stata progettata dall'architetto Giuseppe Picano che ha voluto slanciare ancor più la scultura creando l'illusione di una piccola altura dalla quale svetta San Benedetto sapientemente illuminato da luci direzionali che anche di notte ne garantiscono lo spettacolo.
Ecco che con il posizionamento di questa statua di San Benedetto, anche il popolo che si onora di custodire da quasi quindici secoli le spoglie mortali del Patrono d'Europa colma una lacuna. Sarà una traccia che la storia recente dell'ultima guerra mondiale aveva cancellato dagli occhi ma mai dal cuore.

Don Pietro Vittorelli in "L'Osservatore Romano", 4 marzo 2005, pag. 3